Molte sono le trasformazioni sociali che hanno interessato il nostro Paese. Ma ce n’è una, in corso, che si origina dai cambiamenti demografici, che cambierà completamente la geografia del mercato del lavoro.
Per invertire il percorso di una mappa che sembra irreversibile occorrono politiche occupazionali mirate, ma non sembra che ci sia reale consapevolezza di dove ci dirigiamo.
In un articolo del Sole 24 Ore del 6 febbraio scorso si legge “In 20 anni persi più di 2 milioni di giovani occupati. Raddoppiati gli over 50”, una fotografia che fa intuire quale sarà il rapporto tra i lavoratori attivi e i pensionati, già a partire dai prossimi dieci anni.
Attualmente gli over 65 rappresentano oltre il 24% della popolazione italiana, a fronte di un’occupazione che si è spostata in avanti, con la fascia degli occupati tra i 50 e i 64 anni in crescita, rispetto al 2004.
In più di venti anni i giovani occupati tra i 15 e i 34 anni si sono ridotti di circa il 28%, complice la denatalità, partita da lontano ma che inizia a far vedere i suoi effetti in un mercato del lavoro che cambia e continuerà a modificarsi velocemente. Nella fascia dei 35-49enni la perdita dal 2004 è di un milione di occupati. I lavoratori, dunque, diventano più anziani, in un quadro di aumento della longevità in cui le tutele slittano in avanti.
In buona sostanza, sono più gli occupati nella fascia di età compresa tra 55 e 64 anni che quella compresa tra 25 e 34 anni, dove dovrebbe esserci il ricambio generazionale. Lavoratori più maturi che si trovano ad affrontare le sfide dell’innovazione, della transizione digitale e di quella energetica, i cambiamenti tecnologici e la necessità di competenze aggiornate e contestuali. Mentre, in Italia tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani 18-34enni (Fonte: CNEL), una generazione che qualitativamente dovrebbe disegnare il futuro e che, invece, va via, a fronte di nuovi nati, domani giovani, in riduzione costante, senza possibilità di ritorno.
Raccontare questi dati è un dovere a cui non possiamo esimerci, perché gli effetti scaturiti da tali numeri, sono il risultato di una sottovalutazione del problema partita almeno venti anni fa. Problema che continua a non essere guardato come dovrebbe, con l’esito di non orientare politiche occupazionali che rendano attrattivo il mercato del lavoro per quei giovani che scappano.
E domani, senza fare nulla, gli effetti saranno di avere ancora meno giovani lavoratori nella fascia 18-34 anni e ancora più adulti in quella 55-64, con lo slittamento dell’età pensionabile e il rischio di non interpretare in maniera efficace il contesto del mercato del lavoro.
Mi chiedo: Chi abiterà le scuole? Ovvero, quale occupazione giovanile farà da ponte per sostenere una spesa pensionistica in aumento e la necessità di tutele assistenziali?
E ancora: Quale mercato del lavoro si sta alimentando se i giovani preferiscono andare all’estero, piuttosto che rimanere in Italia?
Cambiare marcia nella direzione di favorire l’occupazione giovanile, la natalità, la famiglia, la formazione continua, l’aggiornamento delle competenze e il giusto salario rispetto ai titoli e all’esperienza acquisita, non è rimandabile.
Oggi è necessario. Altrimenti, già tra dieci anni, si parlerà di un mondo del lavoro giovanile ancora più in difficoltà di quanto vediamo adesso.
Maria Luisa Visione


